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La crisi senza fine del calcio italiano

di JulioDiCass

Premessa storica:

L’Ungheria è stata per almeno quarant’anni la prima o al massimo la seconda potenza calcistica europea e tra le 5 migliori scuole calcistiche mondiali; ha avuto giocatori e ancor più tecnici straordinari che hanno fatto letteralmente la storia del calcio. Ai Mondiali del ’54 si presentarono da strafavoriti e nessuno ha mai capito come abbiano fatto a perdere contro una squadra che ai gironi era stata sconfitta 8-3 (anche se Puskas azzoppato).

Dopo l’invasione del ’56 è lentamente ma inesorabilmente sparita. Solo un europeo a 24 squadre l’ha fatta ricomparire (per pochissimo) sui radar calcistici lo scorso anno e le ferite culturali di quell’evento sono state pressoché insanabili.

Dall’altra parte della staccionata, l’Olanda era un paese calcisticamente insignificante tanto che nel ’38 si qualificò al Mondiale persino la sua colonia asiatica, l’Indonesia, come “Indie Olandesi”. Negli anni ’60 una profonda trasformazione sociale ha dato vita a quella che tuttora, nonostante una crisi contingente e soprattutto un naturale cambio generazionale non ancora compiuto appieno, fa di questo paese una delle scuole calcistiche più importanti del pianeta, se non la più importante.

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A parte tutti i buffissmi involontari, l’Italia è stata letteralmente devastata dal punto di vista culturale, ed anche economico, dal 2001 in avanti; chi è cresciuto e si è formato in questi anni non può non ammettere di aver visto davanti a sè scene ed esempi raccapriccianti in ogni ambito sociale. La nostra società si è disgregata e la classe politica, che già era mediocre, è sprofondata in un abisso senza speranze; la gerontocrazia e la burocratizzazione della vita hanno trionfato e trionfano incontrastate.

Calcisticamente siamo stati ammorbati dalla cultura della vittoria, “vincere è l’unica cosa che conta”, e gli altri sono dei piangina. Il tutto per giustificare chiare e cristallizzate conventicole al potere e pompare le lobby nazionali superprotette alle loro spalle (gruppi FIAT, Fininvest, etc.). In questa cornice sportiva e sociale il titolo mondiale del 2006 è stato il miracolo (di “culo” inaudito e irripetibile) sportivo di una generazione al crepuscolo (quella dei 4 europei U21 in 5 edizioni consecutive) formatasi in un’altra atmosfera sociale e arricchita da pochissimi “talenti” emergenti (De Rossi, Barzagli, Perrotta (sic.)) e da tanti gregari (Iaquinta, Barone, Oddo, Zaccardo).

Il redde rationem era nell’aria, inevitabile, meritato. Quando la nazionale di pallavolo è sparita dalle elite mondiali, nessuno al CONI come fra i media ha battuto ciglio (ma lì la concorrenza è minore e saltuariamente si ritorna nei pressi del podio). Poi è stato il caso della nazionale di basket “dei fenomeni”, che nonostante il pompaggio mediatico non è riuscita nemmeno a pareggiare i risultati di quella dei Myers e Meneghin jr, che dalla NBA non sono mai stati neanche considerati. Ma avevano senso di squadra, cultura del sacrificio, tecnica di base assoluta, e senso di responsabilità connaturati. Illuminante in questo senso l’analisi in questo articolo (http://www.basketinside.com/nazionali/europei/anatomia-di-un-fallimento/) che si può pari-pari applicare al calcio e alla nazionale, compresa la differenza fra Italia e Germania.

Ebbene, sono dell’avviso che le caratteristiche, e la crisi, di una nazione si manifestano completamente negli sport di squadra in generale, e nel calcio in particolare. Il calcio è lo sport in cui il talento individuale ha minor peso (altrimenti Brasile e Argentina avrebbero vinto il 90% delle edizioni del Mondiale), mentre le conoscenze e l’applicazione vengono esaltate (una scuola su tutte: Uruguay). L’Italia in sedici anni ha dissipato la cultura calcistica evolutasi nei precedenti 90 anni e che non trovava pari nel mondo. Lo ha fatto scientemente a livello manageriale emarginando i dirigenti e gli allenatori capaci in favore di quelli vicini ai due grandi blocchi di potere di cui sopra. Lo ha fatto a livello di reclutamento, promuovendo in nazionale soprattutto coloro che erano vicini a certi ambienti (ricordate le esclusioni di Balotelli e Motta nel 2010?), assicurando invece fiducia anche a gente che stazionava in panchina (gli Sturaro, lo stesso Marchisio,…). Infine, in nome di chissà quale Dio del calcio, è stata letteralmente abolita la figura del trequartista in generale, e del giocatore creativo in particolare, perché c’era sempre un risultato imminente da raggiungere dai club italiani, per cui “o prendo un giocatore formato” (dall’estero) oppure mi aggiusto con 6 centrocampisti tutti assieme appassionatamente per fare un farlocco 4231 o 433 o 352 di pedatori e corridori.

Lo stesso Insigne così tanto invocato oggi, non è più (se mai lo è stato) quel giocatore imprevedibile in grado con una giocata di sorprendere una difesa schierata, al più è un bravo giocatore, tecnicamente dotato, in grado di interpretare magnificamente il gioco super-meccanizzato (e infatti non vincerà mai nulla) a un tocco di Sarri. Gli Isco e i David Silva, se mai ne dovessero nascere, finirebbero in Lega Pro. Ma queste scelte scellerate sono il frutto di una crisi più ampia, che ha colpito e che colpisce settori più vitali del calcio, che in fondo è solo una voce seppur importante del comparto “Spettacolo” del nostro paese. Per anni abbiamo fatto passare l’idea – abbiamo perché nessuno si è mai opposto né attivamente né passivamente – che giocatore uguale veline e tatuaggi, e adesso followers e “mi piace”. Che è giusto cambiare sempre squadra perché dietro c’è il procuratore che ci marcia, ed è importante farsi sempre vedere, l’”immagine”. Che ad ogni bella partita bisogna chiedere il rinnovo oppure è rottura e cessione. E in effetti, quanti giocatori che “avrebbero meritato” sono stati lasciati a casa, oggi? E all’orizzonte?

Questa analisi è il frutto del libero pensiero di un tifoso, covata in fondo sin dal 26 aprile 1998, quando i Totti e i Pirlo erano ancora degli infanti, ma era chiara la piega intrapresa e deflagrata da lì a poco. Perché è chiaro, ai miei occhi, che se lasci andare via, per motivi opposti eppure entrambi masochistici, i Ronaldo e i Zidane (e oggi i Cavani e Sanchez…) della situazione impoverisci tutti, dai compagni che si migliorano giocandogli affianco, agli avversari che devono imparare a contrastarli. Ci perdono poi gli allenatori che devono studiare meno per limitarli, e infine i dirigenti che vedranno i proventi dei diritti sportivi svalutarsi.

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L’applicazione di una cultura sbagliata è finalmente sfociata in una tragedia calcistica, forse l’ultimo ambito ad accorgersi della decadenza italiana. Adesso tutti sanno, esperti e non, e senza dover studiare il ranking UEFA per l’assegnazione dei posti in CL oppure quello FIFA per l’assegnazione della testa di serie alle qualificazioni. L’hanno vista negli occhi impotenti di Immobile, che già aveva fallito nel calcio che conta in quel di Dortmund e Siviglia, al quale tutti ieri ci siamo un po’ aggrappati. Il suo tiro timido sulle gambe del modesto Olson rappresenta tutta la modestia di una generazione mandata allo sbaraglio e umiliata da false promesse, lodi immeritate e un lassismo etico mostruoso. Forse, se gli avessimo detto sin dall’inizio “ve la giocate alla pari, non siete meglio di loro”, saremmo passati noi. Invece lasciati soli con la loro mediocrità sono naufragati.

Io sono un tifoso, non ho soluzioni da proporre né le cerco. Posso solo dire e condividere questo malessere che mi pervade e che anche nel calcio adesso è manifesto. E cioè che un paese decadente non può che organizzare e realizzare figure di palta come quelle di lunedì sera. Perché è vero che la palla è rotonda, ma ogni tanto vince, e soprattutto perde, chi merita. E l’Italia, onestamente, ha meritato.

 

By |2017-11-15T09:54:29+00:0014 Nov 2017|Uncategorized|784 Comments